Incontro al Tramonto

Lei era in piedi nel cuore del canneto.

Il tramonto le bruciava alle spalle, disegnando attorno alla sua figura un’aura aranciata che la rendeva quasi irreale, come se appartenesse più a un sogno che alla terra umida. Indossava un semplice abito di lino grezzo, color avorio; la gonna le arrivava al ginocchio ed era ornata da sottili greche rosse che sembravano trattenere, nel ricamo, qualcosa di antico.

I piedi nudi affondavano nell’acqua bassa e nella fanghiglia tiepida. Non le importava. Sorrideva piano, con quella felicità quieta che nasce dalle cose semplici: il fruscio delle canne, il riflesso tremolante del cielo sull’acqua, l’odore della terra bagnata che saliva leggero nell’aria della sera.

Sfiorò uno degli steli bruni. Era ruvido sotto le dita, vivo, flessibile. Lo fece oscillare avanti e indietro come un piccolo pendolo, osservandone il movimento lento, ipnotico. Tutto, in quel momento, sembrava irreale, eppure irripetibile. Come se il mondo avesse smesso di pretendere qualcosa da lei.

Poi sentì uno sguardo posarsi su di sé.

Qualcosa di tangibile, intenso, quasi fisico, come una mano appoggiata con delicatezza sulla spalla, nonostante lui fosse ancora a diversi metri di distanza.

L’uomo stava immobile oltre il velo sottile delle canne. Era alto, imponente, avvolto in una tunica dai colori della terra: caramello e verde scuro. Il cappuccio gli copriva parte del viso, lasciando intravedere soltanto la linea severa della bocca e qualche ciocca di capelli neri, sfuggita in modo selvaggio alla stoffa.

I suoi occhi, però, erano ben visibili.

Scuri. Profondi. Troppo antichi per appartenere davvero a questo mondo.

La guardava come se l’avesse cercata per molto tempo. Come se la riconoscesse.

Lei non sapeva da dove fosse arrivato. Non l’aveva sentito avvicinarsi, neppure aveva percepito il rumore dei suoi passi.

Avrebbe dovuto arretrare.

Invece gli sorrise.

Un sorriso piccolo, istintivo, nato prima del pensiero. Perché, contro ogni logica, non sentiva minaccia in quella figura sconosciuta. C’era mistero, sì. C’era potere. C’era qualcosa di immenso e oscuro che lo circondava come un mantello invisibile.

Lui non si mosse. Rimase dov’era, come se anche un solo passo potesse spezzare l’incanto fragile di quel momento.

Un soffio lieve sfiora la pelle,

porta con sé rinnovate promesse,

scioglie capelli e paure sommesse.

 

Nell’incantesimo di polvere e luce,

il tempo, sospinge oltre l’orizzonte parole

come ombre proibite che danzano al sole.

 

Il vento scompiglia ciò che resta,

sussurra addii sofferti, varia la rotta,

risoluto trasforma quello che tocca.