La Nemesi al Lavoro | YourBestSelf

La nemesi al lavoro

Cosa ci sta insegnando quel collega che sembra metterci sempre i bastoni tra le ruote

 

Ci sono colleghi con cui lavori bene.

Altri con cui lavori e basta.

E poi c’è lui.

Quello che, quando finalmente hai chiuso una questione, arriva con una domanda capace di riaprirne altre sette.

Quello che durante una riunione sembra aspettare esattamente il momento in cui inizi a parlare per dire: «Sì, però…».

Quello che propone una soluzione molto simile alla tua circa quindici minuti dopo aver spiegato perché la tua non avrebbe funzionato.

Non sai bene quando sia successo, ma a un certo punto hai smesso di considerarlo semplicemente un collega difficile.

È diventato la tua nemesi.

Lo vedi comparire nella chat aziendale e senti già qualcosa irrigidirsi.

Leggi il suo nome tra i destinatari di una mail e improvvisamente inizi a controllare tre volte ogni frase, come se stessi preparando una memoria difensiva per un processo internazionale.

E magari il problema è davvero lui.

Potrebbe essere competitivo. Poco collaborativo. Invadente. Potrebbe avere la fastidiosa abitudine di sottolineare gli errori degli altri e dimenticare misteriosamente i propri.

Non tutto ciò che ci irrita è una nostra proiezione.

A volte una persona è semplicemente difficile da gestire.

Ma quando qualcuno riesce a occuparci la mente anche quando non è presente, forse vale la pena farsi una domanda diversa.

Non soltanto:

«Perché si comporta così?»

Ma:

«Perché proprio questo comportamento riesce a toccarmi così tanto?»

 

Quando un collega smette di essere soltanto un collega

Il problema delle nostre nemesi professionali è che raramente restano confinate all’ufficio.

Le portiamo con noi.

Ripensiamo alla risposta che avremmo dovuto dare mentre torniamo a casa.

Ricostruiamo una conversazione sotto la doccia.

Immaginiamo dialoghi perfetti nei quali finalmente diciamo quella frase brillante, composta e devastante che naturalmente non ci è venuta in mente durante la riunione.

Alle 22:47 siamo ancora lì a vincere discussioni che esistono soltanto nella nostra testa.

È curioso quanto spazio possa occupare qualcuno a cui, teoricamente, non vorremmo concedere neppure cinque minuti.

Forse è proprio questo il primo segnale interessante.

Quando una persona continua ad accompagnarci mentalmente anche dopo che la situazione è finita, il problema non riguarda più soltanto ciò che quella persona sta facendo.

Riguarda anche quello che noi stiamo continuando a fare con ciò che è successo.

La nemesi al Lavoro - il collega difficile

La parte più fastidiosa potrebbe essere ciò che mette in dubbio

A volte non è il comportamento in sé a ferirci.

È ciò che sembra suggerire.

Un collega che corregge continuamente il nostro lavoro potrebbe farci sentire incompetenti.

Uno che vuole avere sempre l’ultima parola potrebbe farci sentire invisibili.

Uno che riceve riconoscimenti potrebbe risvegliare una competizione che preferiremmo non ammettere.

Uno che interrompe continuamente potrebbe toccare un bisogno molto più profondo: essere ascoltati, considerati, rispettati.

Il comportamento resta fastidioso.

Ma sotto il fastidio potrebbe esserci qualcosa di più preciso.

Ed è lì che la nostra nemesi, suo malgrado, diventa una specie di evidenziatore.

Sottolinea un punto sensibile.

Non significa che abbia ragione.

Non significa nemmeno che dobbiamo ringraziarla per il servizio offerto.

Significa soltanto che possiamo usare ciò che accade per capire meglio noi stessi.

 

E se non fosse soltanto una battaglia tra due persone?

Quando percepiamo qualcuno come un avversario, il rischio è cominciare a leggere tutto attraverso quella lente.

Una domanda diventa una provocazione.

Un commento diventa una frecciata.

Un silenzio diventa una strategia.

Una mail con «Come già anticipato…» assume improvvisamente il tono di una dichiarazione di guerra.

La mente è bravissima a costruire trame.

E quando ha deciso chi è il cattivo della storia, tende a trovare prove ovunque.

Questo non significa ignorare comportamenti realmente scorretti.

Se esistono sabotaggi, aggressività, umiliazioni, molestie o dinamiche professionali problematiche, servono confini chiari e, quando necessario, un confronto con responsabili o figure competenti.

Ma nelle situazioni più ordinarie – quelle fatte di rivalità, incomprensioni, antipatie e caratteri incompatibili – potrebbe esserci un altro modo di guardare la scena.

Forse dobbiamo capire quale partita stiamo giocando, senza necessariamente vincere.

La Nemesi al lavoro - riassunto

La nostra nemesi spesso conosce un pulsante che noi ignoravamo

Ci sono persone che sembrano possedere una sorprendente capacità di premere esattamente il pulsante sbagliato.

E la cosa irritante è che a volte non sanno nemmeno di farlo.

Il collega che mette continuamente in discussione le nostre idee potrebbe mostrarci quanto abbiamo bisogno dell’approvazione altrui.

Quello che occupa sempre il centro della scena potrebbe far emergere quanto fatichiamo a prenderci spazio.

Quello che non riconosce mai il nostro lavoro potrebbe rivelare quanto affidiamo agli altri la conferma del nostro valore.

È un’informazione.

E forse questa è una delle domande più utili che possiamo portarci via da una relazione professionale difficile:

Che cosa sembra minacciare questa persona dentro di me?

  • La mia competenza?
  • Il mio ruolo?
  • La mia tranquillità?
  • La mia immagine?
  • Il bisogno di essere apprezzato?
  • Il bisogno di avere ragione?

La risposta potrebbe essere più importante della persona stessa.

 

Quello che appartiene davvero alla nostra sfera di influenza

Non possiamo controllare il carattere di un collega.

Possiamo però osservare cosa facciamo noi: 

  • decidere se entrare in ogni provocazione;
  • scegliere quando rispondere e quando lasciare cadere;
  • imparare a documentare meglio il nostro lavoro;
  • parlare in modo più diretto;
  • mettere un confine;
  • smettere di cercare continuamente di convincere qualcuno che probabilmente non vuole essere convinto;
  • decidere quanto spazio concedergli fuori dall’orario di lavoro.

Perché una delle vittorie più sottovalutate non è avere finalmente l’ultima parola.

È smettere di continuare la conversazione nella propria testa.

 

Non tutte le partite devono avere un vincitore

A volte immaginiamo il conflitto professionale come una specie di classifica invisibile.

Se lui ottiene credito, io ne perdo.

Se la sua proposta viene scelta, la mia vale meno.

Se riesce a convincere il responsabile, ha vinto lui.

Ma il lavoro non è sempre una partita a somma zero.

E soprattutto il valore personale non dovrebbe dipendere dal risultato di ogni singola riunione.

Forse possiamo riconoscere che una persona ci irrita senza trasformarla nel personaggio principale delle nostre giornate.

Possiamo pensare che abbia torto senza doverglielo dimostrare ogni volta.

Perché quando smettiamo di combattere tutte le battaglie, recuperiamo qualcosa che nessun collega dovrebbe poterci sottrarre così facilmente.

La nostra attenzione.

 

Una piccola domanda da provare la prossima volta

La prossima volta che quel collega dice o fa qualcosa che ti irrita, prima di rispondere prova a chiederti:

«Che cosa sto cercando di proteggere in questo momento?»

  • La mia reputazione?
  • Il mio bisogno di essere rispettato?
  • Il desiderio di avere ragione?
  • La paura di sembrare incapace?
  • Forse la risposta confermerà che devi intervenire.
  • Forse ti farà capire che serve un confine.

Oppure potrebbe mostrarti che quella battaglia, per quanto fastidiosa, non merita tutta l’energia che stai per investirci.

Il collega probabilmente resterà lo stesso.

Continuerà a dire «Sì, però…» proprio quando sembrava che la riunione fosse finalmente finita.

Ma forse qualcosa sarà cambiato.

Avrà smesso di essere soltanto la tua nemesi.

Sarà diventato anche una domanda.

E qualche volta, capire la domanda che una persona ci costringe a farci è molto più utile che riuscire finalmente ad avere l’ultima parola.

 

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